Harry Morgan (1) ha sottolineato le carenze di numerose definizioni di fumetto. L'interdipendenza fra testi e immagini, la loro inseparabilità, la closure (2), il carattere sequenziale delle immagini, il primato delle immagini, la diffusione su supporto stampato, l'alta diffusione (la famosa «diffusione di massa»), la caricatura: sono questi gli elementi che, di volta in volta, sono stati avanzati come essenziali e necessari al fumetto. Eppure, esso potrebbe fare a meno di ciascuno di questi elementi (o anche di più d'uno) senza perdere il proprio statuto di fumetto.
Aaron Meskin, in un suo interessante testo on line intitolato A Note on Defining (or Not Defining) Comics, sostiene che il principale difetto delle varie definizioni di fumetto è la loro a-storicità: seguendo alla lettera le definizioni di Eisner e McCloud, opere come l'arazzo di Bayeux o la colonna traiana dovrebbero essere catalogate come fumetti (ed esse sono, in effetti, spesso citate come supposti «antenati» del fumetto). Ma, come Meskin stesso dice, sarebbe una «perversione» considerarle come tali.
Una definizione del concetto di «fumetto» chiara e unanimemente accettata, dunque, attualmente ci manca. Si tratta di una questione importante, giacché tale definizione sarebbe essenziale per tracciare i «limiti» del fumetto e separare ciò che è fumetto da ciò che non lo è.
NOTE
(1) Harry Morgan, Principes des littératures dessinées, Angoulême, Editions de l'An 2, 2004, p. 12.
(2) Scott McCloud chiama closure un meccanismo mentale che richiede un lavoro di ricostruzione da pare del lettore: si tratta di riempire gli spazi vuoti tra le vignette aggiungendo ciò che manca. In questo modo, il lettore trasforma mentalmente una sequenza discontinua di elementi (le vignette) in una sequenza continua e completa.